UN ASPIRANTE ERMETISTA AL CREPUSCOLO DELLO STUPORE

…intime riflessioni di un imberbe aspirante ermetista, scintille nell’ordinario quotidiano,

circa il palesarsi dello sconfinato sé stesso…una personalissima e sincera testimonianza del rapporto con la pratica quotidiana, non necessariamente codificata o rituale,

sussurro incessante, attestazione del fallace concetto delle “piccole cose”…

…austero segnale di una ineluttabile interconnessione fondante del Creato,

 in cui ogni piccolo dettaglio assume pari significato ed importanza…

 

 

 

“Il Sole è suo padre,

la Luna è sua madre,

il Vento l’ha portata nel suo grembo,

la Terra è la sua nutrice.”

 

 

 

 

…un afoso pomeriggio di fine giugno, come tanti altri, appena varcata la soglia del Cancro…

 

Il bruciante tepore delle ore più calde era ormai passato, i raggi solari cingevano con meno possanza la pelle e la terra…le piante di pomodori avevano lentamente, ma tenacemente, iniziato a mutare i fiori in frutti, voraci di acqua e sole…nel suo piccolo, stava cercando di sollevarle dall’incombenza dell’approvvigionamento d’acqua, dopo aver loro preparato un terreno adatto, in tempi adeguati, e averle adagiate con paterna premura nel ventre di madre Terra…

…un pensiero si insinuò tra le molteplici, ripetitive, faccende quotidiane…un pensiero remoto, ancestrale, proveniente da un orizzonte ignoto, o semplicemente scordato, ma familiare, così familiare da creargli un ingombrante fastidio, non comprendendone né la provenienza, né, forse ancor meno,i sempre più evidenti intrecci con la sua essenza…un orizzonte che riaffiorava a tratti, sempre più frequentemente, con crescente veemenza…

…era convinto, in qualche modo, di poter partecipare attivamente al Creato, con quei pochissimi metri quadri coltivati amorevolmente…pochissimi metri quadri sulla superficie di una briciola, lanciata a velocità razionalmente inconcepibile, in uno spazio smisurato, ancor meno comprensibile…

…una contraddizione già in termini…

Quell’anno, l’imboccare il corridoio dell’Ariete gli aveva consegnato con prepotenza, finalmente, quella spinta necessaria, dopo anni di colpevole desiderio orfano di Volontà, per potersi rendere partecipe nel maestoso ciclo…non era il sentimento di onnipotenza a spingerlo, ma l’impellenza non più procrastinabile di una partecipazione attiva verso ciò che da sempre lo circondava, lo cullava, lo prendeva per mano senza se e senza ma…verso cui aveva sempre provato un fanciullesco senso di stupore e meraviglia…

…il senso di dovere e responsabilità che, da quando ne aveva memoria, aveva sempre percepito nel suo più intimo profondo, aveva scelto di metterlo a frutto in direzione di quell’inconcepibile che da lui mai nulla aveva preteso, donandogli invece tutto ciò che nemmeno poteva intuire…

…per rendersi conto, mestamente, che il suo contributo non era stato fondamentale, né tantomeno necessario: le piante sarebbero cresciute lo stesso senza la sua dose di acqua quotidiana, la fioritura avrebbe fatto il suo corso, i frutti sarebbero giunti a maturazione ugualmente…esattamente come l’anno prima…esattamente con l’anno venturo…come sempre era stato, come sempre sarebbe stato…

un dettaglio però, piccolissimo,in quella, a suo modo di vedere, insignificante faccenda…in quei mesi aveva vissuto a contatto con quelle Creature, le aveva a suo modo amate, custodite e pure coccolate…e loro avevano fatto senza dubbio alcuno altrettanto, con i loro modi e le loro vie…e senza dubbio lui era diverso…forse lo erano anche loro?

 

…iniziò a concretizzare come il paradigma causa-effetto poteva essere solamente un punto di vista relativo, di un’ottica ristretta, peraltro molto miope…le piante erano cresciute e lui le aveva cullate, perché era inevitabile che fosse così, non era stata una sua scelta, non poteva non  prendere quella via, non poteva non essere lì in quel posto, in quei momenti…alla stessa guisa, era inevitabile che le piante fiorissero in quei giorni, e che lui, traendo gioia da quella visione, sentisse il cambiamento dentro di sé…perché non esistevano grandi cose o piccole cose, esisteva solamente la giustizia dell’inevitabile…pensando di partecipare attivamente alla mutevolezza, aveva commesso un grave errore: era stato attivo e passivo alla stessa stregua, partecipava alla mutevolezza, poteva partecipare alla mutevolezza, proprio perché stava mutando anch’egli allo stesso modo, nello stesso tempo…e non poteva essere altrimenti…

…intuì l’impossibilità di mettere sulla stessa bilancia ciò che aveva ricevuto, provato, compreso, con quel nulla che era riuscito a dare…

…quel sorriso con cui aveva osservato ciò che lo circondava, che sempre l’aveva affiancato nei suoi immemori peregrinare, quel sorriso che custodiva da sempre stupore ed ammirazione, egli capì, stava lentamente, ma inesorabilmente, svanendo…per non tornarsene probabilmente mai più…non in quei termini…

Un nuovo sorriso stava sbocciando, timidamente, tra i suoi pensieri…era il sorriso di chi forse, faticosamente, iniziava a intravedere in lontananza un focolare che non andava intenzionalmente  cercando…un caldo, amorevole focolare che strenuamente scaldava una nascente, piccolissima, fiammella di consapevolezza, in balia delle immensamente più efficaci, non di certo più potenti, tempeste umane…forse stava disseppellendo quella parte di lui fatta della stessa sostanza di tutto ciò che per l’intera esistenza aveva ammirato stupito…prendersi cura di quelle piantine aveva significato, inconsapevolmente, prendersi cura di quella sua essenza remota e dimenticata…

…non esisteva differenza alcuna tra quella sua parte remota e quelle piantine…

…Quod est superius est sicutquod est inferius…

 

(Un aspirante ermetista)

 

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