COMMENTO ALL’ ASINO D’ORO DI APULEIO DI JESBOAMA

Tratto da: Raccolta di scritti kremmerziani (Pro Schola) Milano 1975 edizioni fuori commercio.

INTRODUZIONE

Dopo di avere esposto agli Anziani di Myriam i principi fondamentali della Magia col mio commento ermetico alla Tavola di Smeraldo, adesso espongo loro i concetti arcani ai quali è informato l’Asino d’Oro. E li espongo in una forma simile a quella adottata da FABRE D’OLIVET nel secondo volume della sua famosa Langue Ebraique Recostitutée diretta a rivelare i primi dieci capitoli del Bereschit Mosaico; giacché tante l’Asino quanto la Langue Ebraique sono scritti di dentro e di fuori come l’Apocalisse di San Giovanni, in essi cioè la lettera uccide lo spirito (litteraelimoccidit, spiritusautemvivificat) come dice San Paolo nella sua seconda lettera ai Corinzi.

Per il progresso degli Anziani dopo la Tavola ho subito scelto l’Asino, perché, contenendo questo in occulto il concetto sintetico della iniziazione, va studiato di proposito prima di tutti gli altri libri ermetici, anche da chi non sia ancora in possesso delle chiavi misteriose che aprono tutte le porte dell’Arca Santa.

Gli undici libri e capitoli dell’Asino d’Oro dunque sono stati scritti originalmente in greco da Lucio Apulejo, il quale, nato a Madaura presso Tunisi all’epoca degli Imperatori Antonini e vissuto lunghi anni ad Atene ed a Roma, fu, secondo Sant’Agostino, prete o meglio sacerdote in Africa ed appartenne certamente alla schiera dei filosofi della scuola platonica.

Dell’Asino d’oro, che dai non iniziati viene letto come un romanzo allegro ed in alcuni punti anche salace, vi sono parecchie traduzioni nelle principali lingue moderne, italiana compresa, ma sono quasi tutte od inesatte od incomplete, anche quella classica di Agnolo Firenzuala che manca del libro undicesimo.

A chi voglia seguirmi, e poiché è necessario si legga almeno il testo di cui do solamente qualche interpretazione, consiglio la edizione francese avec de remarques interessantissimi, intitolata L’ané d’or d’ApuléePhilosophePlatonicen (Paris, chezM.Brunet, 1730).

Di Asini simbolici le storie ne registrano molti. I samaritani rappresentavano il Dio Thartac con il libro in mano, un mantello sulle spalle ed una testa di asino sul collo, per simboleggiare la fede volgare e la credulità. E secondo i dottori ebrei di Samaria il cristianesimo era il regno di Thartac, perché in allora la fede ceca e la credulità grossolana, erette in oracolo universale, erano preferite alla concezione razionalmente intellettiva e scientifica.

Sono troppo noti l’asino che riscaldò la culla di Gesù e quell’altro che rese famoso il livornese Guerrazzi. Fra essi, anzi da Noé in poi asini non simbolici, con o senza coda, ve ne furono una infinità, coevi a tutte le nazioni antiche e moderne.

Secondo Eliphas Levi, l’asino di Apuleio, è una epopea magica, anzi l’ultima delle epopee magiche, ed una satira contro il cristianesimo, il quale secondo lui, Apuleio aveva senza dubbio professato per qualche tempo, come egli stesso sembra attestare sotto l’allegoria della sua metamorfosi in asino. Ma questa ipotesi affermativa del grande occultista, almeno nel suo significato palese, non pare troppo attendibile, perché la allegoria apuleiana nasconde ben altro che un ripicco d’indole religiosa.

Infatti l’Asino d’oro è prezioso appunto perché, secondo tutti gli iniziati, contiene il concetto della iniziazione agli studi magici sotto il velo di simulate metafore e di complicate metamorfosi. E questo concetto, a mio giudizio, è egregiamente sviluppato in due grandi quadri.

1° Nel primo Apuleio narra di un suo viaggio in Tessallia, il paese degli incantesimi. Vi riceve ospitalità da un signore, la cui moglie esercita l’arte della stregoneria. Ne seduce la cameriera Fotis (principio feminino cioè passivo), e da questa secondato sorprende alcune operazioni segrete della padrona. Fotis vuole accontentare il suo amante ( principio mascolino, ossia attivo) procurandogli una composizione con cui la maga si trasformava in uccello (forse l’unto che servì poi alla streghe medievali per recarsi al Sabbath), ma sbaglia vasetto. Apuleio ne usa materialmente nell’ora notturna e nel modo che aveva visto praticare la strega, ma invece di trasformarsi in uccello ( in Ibis, simbolo della intelligenza superiore) si trasmuta in ciuco (in asino, simbolo dell’intelligenza bruta, madre degli errori grossolani che avvelenano lo spirito e ne ostacolano il progresso). La maldestra Fotis lo consola dicendogli che, per riprendere la primitiva forma umana, basta che egli mangi delle rose, (cioè che per raggiungere lo stato di alta mentalità egli si nutrisca dei fiori della iniziazione, poiché la rosa è appunto il simbolo della iniziazione). Ma come trovare delle rose durante la notte (il pericolo nero degli alchimisti)?

Bisogna attendere il domani ed intanto la cameriera ricovera il somaro in una piccola scuderia. Sopravvengono ad alta notte dei ladri che, svaligiata la casa, catturano l’asino per asportare il bottino. Da quel momento nessun mezzo di avvicinarsi alle rose; i rosai non son fatti per i ciuchi, che i giardinieri scacciano a legnate. Il vile somaro trova sempre la sua indagine delle rose attraversata da un’infinita serie di ostacoli e pericoli (le prove della iniziatura), di pene e di guai che vengano nel racconto velati da avventure salaci ed esposti sottoforma di rapimenti, latrocini, assassini, vendite, fughe, viaggi faticosissimi, minacce e pericoli di ferite e di morti, sempre accompagnate da pesanti bastonature e lunghi digiuni (cioè dai tentativi del Neofita e dalla lunga serie di quelle difficoltà che egli deve superare come vengono accennate dal Kremmerz, dal Levi e dal Papus nelle loro dotte pubblicazioni). Tutto ciò è sapientemente descritto ed intramezzato da episodi eroici o buffi, come si conviene alla doppia natura del soggetto, uomo od asino, cui si riferiscono

Durante la sua lunga e triste cattività egli ode narrare l’istoria meravigliosa e simbolica, la quale è per così dire l’anima e la poesia della sua propria. Psiche ha voluto sorprendere il segreto dell’Amore, come Apuleio quello della magia; essa perdette l’amore come egli la forma umana (il castigo). Essa è errante, esiliata, sottomessa alla collera di Venere; egli è uno schiavo di ladroni. Ma Psiche deve rimontare al Cielo dopo di avere traversato l’Inferno (le prove iniziatiche animiche), ed Apuleio sarà compatito e perdonato dagli Dei. Infatti dopo un anno (alchimico) di pene continue la misera sorte dell’asino tende a migliorare (cioè la calma comincia a scendere nell’animo suo), Iside gli appare in sogno e già promette che il suo Sacerdote (il Maestro Iniziatore), avvertito da una sua rivelazione, gli darà le rose da mangiare durante la solennità della sua prossima festa (cioè gli insegnerà il primo rito magico che da animale lo trasformerà in uomo).

2° Nel secondo quadro si espone che il giorno desiato alfine giunge, e l’Asino (Apuleio) vi si è degnamente preparato. L’autore descrive lungamente la processione di Iside (descrizione preziosa per la scienza perché vi si trova la chiave dei misteri egizi). Uomini mascherati camminano nei primi portando degli animali grotteschi (sono le favole volgari). Poi seguono donne spargenti fiori e portanti sulle spalle grandi specchi che riflettono l’immagine della Dea (gli uomini procedono e formulano dogmi, che le donne abbelliscono e per istinto materno riflettono senza la conoscenza delle verità più elevate). Uomini e donne vengono in seguito portando la Luce (è l’alleanza dell’attivo col passivo , generatori della scienza e della vita). Dopo la Luce viene l’Armonia (rappresentata da giovani musicisti). Per ultimo le immagini degli Dei in numero di tre (Padre, Figliolo e Spirito Santo), seguite dal Gran Jerofante che porta non l’immagine, ma il simbolo, (la chiave della Grande Iside, cioè una palla d’oro sormontata da un caduceo).

L’Asino (Apuleio) vide nella sinistra del Gran Sacerdote una corona di rose. Si avvicina poiché non lo si respinge più; mangia le rose (riceve l’iniziatura) e subito ridiventa uomo.

Allora Apuleio ringrazia calorosamente e chiede di essere inscritto fra gli iniziati. Il favore dell’Altissimo gli è concesso. Si purifica, segna il patto ed è ammesso alla Loggia per istudiare sotto la direzione del gran Maestro.

Seguita l’ultimo libro dell’Asino d’oro con uno stile più elevato ed anche più oscuro a trattare di alcuni misteri della iniziazione propriamente detta. Questa comprende, come ivi è esposto, i tre gradi di Sacerdote (Maestro di Primo Grado) di Iside (cioè di tutte le divinità femminine, ossia di tutti i principi passivi); il Sacerdote (Maestro di Secondo Grado) di Osiride (cioè di tutte le divinità mascoline, ossia di tutti i principi attivi); e di Gran Sacerdote (Maestro di Terzo Grado) Pastoforo (cioè che ha diritto di portare il manto intero nelle cerimonie). Per il passaggio dall’uno all’altro di questi gradi si indicano quali occorrono nuovi studi, nuovi purificazioni, nuove offerte e consacrazioni novelle fra i timori e pericoli sempre maggiori, velando però le offerte indicazioni con un linguaggio che ben difficilmente può essere dai profani compreso nei suoi veri significati occulti.

Il rapido cenno di questi quadri comprende in breve il riassunto del Libro quale si presenta alla mente volgare. Ma applicando i principi che ho già esposti sul Commentarium intorno all’Analogia tornerà facile all’osservatore che si occupi di occultismo di dedurne i seguenti concetti sintetici:

– Che è fatale si debba diventare Asini prima di imparare a volare;

– Che l’uomo prima di divenire perfetto deve retrocedere fino allo stato di natura passiva, spogliandosi di tutta l’umanità sociale di cui si trovi investito;

– Che l’Asino non volerà se prima non ha imparato a diventare uccello, od Ibis sacro agli antichi Egizi, colla iniziatura, perché in caso diverso non arriverà mai alla sacra mangiatoia delle rose sacerdotali;

– Che intanto si deve lasciare nell’oscurità ciò che vi deve stare, perché Psiche per volere vedere il suo amante invisibile lo ha perduto;

– Che tutto il libro è scritto in triplice senso allegorico, anche nella espressione dell’intera forma volgare del racconto;

– Che infine per riuscire in questi studi bisogna mettere in disparte ogni preconcetto di presunzione ed essere persuasi che ci vuole :

Scienza e Pazienza

Silenzio e Pazienza

Coraggio e Pazienza

Così, col testo sott’occhio, vedremo ora un po’ più diffusamente quali solo i precetti che senza troppo sforzo della mente si possono ricavare delle numerose novelle e parabole che a dovizia sono sparse in ciascun Libro dell’Asino d’oro. Qualche mio breve commento fra parentesi ed a piè pagina darà l’interpretazione dei punti oscuri in quei limiti che mi è concesso.

PRIMO LIBRO

Il tuo corpo sia bianco (cioè netto, non surriscaldato ne dentro ne fuori); non affaticarlo troppo, e nutriscilo di vegetali (bevi l’acqua e rinfresca il tuo corpo assetato, dice Talete),

Non meravigliarti mai di nulla.

Non affliggerti della perdita dei beni materiali.

Conforta e soccorri i tuoi simili.

Taci sulle cose di magia (ecco il precetto millenario del Silenzio), la quale tu non comprendi ma che ha un potere sconfinato. Gli strumenti che il Mago adopera per compiere i suoi incantesimi sono la lampada o fiaccola, il coltello o pugnale, la coppa o conca, la verga magica ed il fornello per i profumi. (Il libro di Thot determina questi strumenti in numero di quattro, cioè due di color nero, la spada ed il bastone, e due rossi la coppa, ossia il gomor degli ebraizzanti, ed il denaro. Ad essi va indubbiamente aggiunto il forno che gli alchimisti chiamano Athanor).

Studia bene i sogni fatti in astrale, cioè luminosi, e interpretali attentamente perché spessissimo ti sveleranno il futuro.

I Maestri si tengono isolati, è difficile conoscerli, è difficilissimo avvicinarli, si svelano molto raramente, non insegnano che con gran difficoltà e sempre con parabole; essi fanno a meno delle cose superflue (La più grande delle difficoltà per chi voglia studiare Magia è quella di trovare un Maestro Iniziatore, del quale non può assolutamente fare senza, perché la Magia si impara soltanto dal Verbum del Magister e non in altro modo. Avvertenza importante!).

Non mangiare pepe a cena, e non cenare dopo il tramonto del Sole. Lavati spesso con un bagno intero ed accurato. Alzati da letto prima del sole.

LIBRO SECONDO

La Magia non compie miracoli, cioè non agisce mai contro le leggi della natura.

Filosofia e Magia sono sorelle.

L’arte della Magia è nascosta sotto il cerimoniale reso complessamente alla Divinità, in luoghi suntuosi decorati di emblemi e di statue, le quali alla loro volta sono emblemi. (il cerimoniale magico adunque va interpretato col mezzo dell’Analogia).

La Magia è Panfila, cioè amica di tutti. (Essa cioè provocata dal bene, vuole il bene dell’Umanità). Quindi, se vuoi essere Mago, ama sempre, ama vivamente in ispirito. Il Mago col suo corpo che deve essere senza difetti, può amare carnalmente quando non opera, egli cioè può anche adorare la Venere nata dalla schiuma del mare e sacrificare alla bellezza materiale, ma in tal caso il sacrificio va fatto con un porchetto da latte, cinque volatili ed un barile di vino; e dopo il sacrificio è necessario che il Mago si disinfetti.

Si può predire il futuro con mezzi diversi, ma il dono della profezia è rarissimo, e questa in ogni caso si estrinseca soltanto in ogni ambiente adatto quando si è posta in gioco una grande intensità di interessamento.

Nelle riunioni magiche brillano le luci e circolano le coppe dai sette colori (il settenario magico).

La Magia può operare le fatture (ossia ciò che i francesi chiamano lesenvoutements, sul cui proposito conviene leggere il cap. IV di Angeli e Demoni dell’Amore pubblicato a Napoli nel 1898 dal dott. Giuliano Kremmerz). E la Magia può anche evocare i morti (ma non con i concetti ed i sistemi che seguono gli ingenui spiritisti).

La fissità dello sguardo in un corpo lucente, genera il sonno comatoso.

Il segno magico si fa con entrambe le mani tenendo i due diti minori chiusi nel pugno e gli altri due aperti. (su questo segno esoterico si legga ciò che scrissero il Kremmerz a pagina 514 del Mondo Secreto per l’anno 1898), ed Eliphas Levi a pagina 5 e 109 del suo Dogme de la Haute Magic).

Nell’uomo vi sono tre parti, il corpo materiale, il corpo astrale (ossia spirito) e l’anima (ciò è ripetuto da San Paolo).

Studia, se lo puoi, il culto del Dio Osiride (perché in esso troverai tutti i simbolismi delle operazioni magiche, fra cui quelli per ritornare la salute a qualsiasi infermo).

LIBRO TERZO

Non curarti del riso e del giudizio della folla.

Non eccedere mai nel bere vino.

Non illuderti e non lasciarti illudere.

Fa abitualmente le tue ablazioni giornaliere.

Cena, se ceni, leggermente; e ricorda che è bene di non cenare dopo il tramonto.

Ama teneramente col cuore.

Mantieni in eterno il secreto sulle cose sacre (in eterno, cioè a qualunque costo; questo precetto si collega strettamente a quello del silenzio).

Lavora rivolto ad Oriente.

Adopra le erbe aromatiche per i profumi, i pentacoli per le preghiere, i coltelli per i sacrifici, le coppe pel sangue delle vittime, gli scongiuri per gli Eoni, gli animali per gli olocausti e le acque magiche per i sacrifici.

Ricorda che tutto è trino, e lavora da solo ed in secreto (di nuovo!); ungendoti il corpo (di dentro o di fuori?) di speciali unguenti, diverrai corpo volante (uccello, Ibis) , per ritornare poi uomo col bagno nell’acqua di fonte e col bere una coppa d’acqua profumata d’anice e lauro. (Sulle erbe magiche e sui profumi magici esiste una ricca letteratura speciale). Ricorda però che bisogna avere la scienza esatta delle cose per poter osare con frutto ed impiegare senza pericolo questi mezzi, come per servirsi di tutti questi precetti senza esporre te ed altrui a deplorevoli conseguenze.

Rassegnati alla tua ignoranza (ci vuol pazienza!) intanto che attendi quella Luce a cui devi aspirare con tutte le tue forze. Abbi pertanto tanta ma tanta pazienza nella tua lunga attesa, e sii molto prudente quando ti troverai in procinto di ricevere la Luce.

LIBRO QUARTO

I fratelli hanno un modo speciale di abbracciarsi, riconoscersi, avvicinarsi, parlarsi (sotto voce) e ricambiarsi i doni.

L’abitudine al regime vegetariano non si consegue immediatamente; bisogna con la volontà comandare poco per volta alla gola, desiderando vivamente le rose (cioè la Luce), e badando di non confondere la Rosa Mistica con gli altri fiori rossi velenosi. Che il Maestro possa allontanarti da questi fiori rossi i quali sarebbero la tua rovina e ti addurrebbero alla morte (dell’anima)! La conquista della Rosa Mistica costa pene, fatiche, dolori, delusioni e mali infiniti; a causa di questi malanni molti neofiti cadono affranti per via e non si rialzano più.

I traditori ed i ciarloni (Ricorda il precetto del Silenzio) vengono scannati (moralmente e magicamente) dai Maestri; bisogna quindi essere in ogni circostanza forte, onesto e fedele al patto.

La casa (palatium regis) a cui tendi arrivare è posta sulla vetta  di un’alta montagna e vi si accede per una strada ed attraverso una caverna che sono quasi impraticabili.

Lavati tutto il corpo con acqua tiepida (eccole abluzioni su cui Apuleio insiste) ed ungiti d’olio profumato (la sacra unzione) prima di assiderti al desco (cioè prima di incominciare qualsiasi operazione magica).

Vivi solo e ritirato in casa piccola, vesti semplicemente (senza stringere la cintura ed i legami che possono ritardare la circolazione del sangue, in modo che la veste non costringa il tuo corpo).

Non bisogna aver timore di sacrificare, pel bene, qualche membro del proprio corpo ed occorrendo la vita intera.

Bisogna che tu abbia un coraggio degno dell’immortalità. Non credere agli inganni dei profani, non lasciar che altri scuota la tua costanza, non dare il menomo lamento od i menomo grido che possa tradire o lasciar ad essi scoprire il tuo dolore ed il tuo disegno, all’occorrenza sfida la morte con virtù eroica; è solo cosi che si arriva alla meta.

Quando bevi in onore di una Divinità spandi parte del liquido in sacrificio di essa; e ricorda che l’acqua è la miglior bevanda ed il pane il miglior alimento.

L’incantatore deve essere giovane, bello, forte, buono ed avere almeno tre anni di età più della incantata; in queste condizioni è facile produrre nella vergine delle visioni nette del futuro. (Avverti che qui non si parla affatto di Ipnotismo).

I sogni fatti di giorno sono falsi ed ingannatori, quelli fatti di notte sono quasi sempre veritieri, ma spesso significano il contrario di ciò che rappresentano. Per gli iniziati, la vita è un sogno, come il sogno è la vita, perché tutto ciò che si ode tanto col sogno quanto nella vita appartiene ad un solo ordine di verità. Il difficile consiste nello interpretare ciò che si vede in sogno come ciò che si vede da sveglio; ma l’una e l’altra visione s’interpretano con lo stesso mezzo della mente solare, appunto perché il Sole è uno solo tanto quando è sopra come quando è sotto l’orizzonte.

Se non che il sogno si verifica in generale durante il sonno.  Il sonno naturale è quell’ipnosi che forma lo emiciclo inferiore della grande sfera della Natura vivente, o meglio dell’anima Universale, mentre l’altro sonno più intenso (che è sonno soltanto pei mortali ed è vita vera per gli immortali) è la sfera Superiore del circolo dell’Anima. Il sonno naturale è la morte: morire alla vita terrestre è nascere alla vita celeste, e morire alla vita celeste è nascere alla vita terrestre, perché il processo magnetico della iniziazione, ossia della morte, si stacca dalla natura inferiore per farci entrare nella vita superiore. L’avvento dalla vita celeste alla terrestre fa a noi obliare tutto quanto è del mondo primitivo, perché la vita è attraversata dal fiume Lete.

Gli antichi pregavano e adoravano Dio facendo prima una riverenza (verso Oriente) col corpo, e poi portavano alla bocca la mano destra con l’indice accavallato sul pollice eretto.

La fusione dell’Anima nell’Amore genera un Bambino, che sarà Dio se si tiene nascosto il secreto della sua nascita, ma sarà un semplice mortale se il secreto del suo nascere sarà svelato, sappi quindi serbarne inviolabile il secreto.

La musica dei liuti, dei flauti e delle voci umane calma lo spirito e dispone all’opera divina (qui si allude alla preghiera cantata sottovoce).

La sobrietà sola può spegnere la fiamma dell’Amore Carnale, distrugge l’ardore ed i moti della Concupiscenza, sii sobrio dunque se vuoi essere magicamente casto.

LIBRO QUINTO

In questo libro, unitavi l’ultima parte del precedente e la prima del seguente, Apuleio espone la bellissima parabola di Psiche ed Amore, della quale ho fatto cenno nella mia Introduzione e che esporrò completamente in questo solo capitolo con tutti i più minuti particolari e con una larga interpretazione e chiara per quanto mi è consentito.

L’antica ed elegante favola, la fine, mitologica allegoria ideate prima e rappresentata poi nel Simposio dal discendente di Re Crodo e di Solone, l’ateniese Aristocle che Socrate soprannominò Platone, venne tradotta in uno smagliante ed elegantissimo poemetto simbolico dall’Africano Retore Cartaginese, Lucio Apuleio, autore dell’Asino d’Oro.

In Grecia dunque (nell’Universo), un Re (spiritusefflatus) condusse in moglie una formosa principessa (La Materia), e dal Reale Connubio nacquero tre figlie cioè Creas (la Carne, il Copro Umano), Libertas (la Vita, il Corpo Astrale) e Psiche (l’Anima).

Delle tre, Psiche era la più piccola e la più giovane (perché l’anima viene infusa nel Corpo solo quando questo è formato) e con gli occhi ridenti e le labbra vermiglie era la più bella di Libertas (perché ed essa superiore nei vari pregi) e di Creas (perché di questa era più nobile assai). Tanto e bella essa era che Venere divina è invidiosa ed ordina a suo figlio Cupido (la Concupiscenza) di ferirla coi suoi strali per renderla amante del più vile tra gli uomini. Cupido può concepire il sentimento dell’Amor Platonico (il Bene), come quello dell’Amore Sensuale (il male), avendo strali e reti per ferite e ghermire nell’uno o nell’altro caso.

Veduta Psiche e soggiogato da quelle lucide pupille e da quella bocca corallina (dalla perfezione della forma animica) non ebbe più la  forza ed il coraggio di ubbidire alla madre e si abbandonò all’affetto ispiratogli (cioè si fonde astralmente in essa).

Al Gran Re intanto pervenne un Oracolo da Delfo che gli impose di abbandonare ad un Mostro, sopra una deserta roccia, la più piccola e la più bella delle sue figliuole, ed il Rege ossequiente alla legge del Dio Tenebroso strinse al cuore la figlia carissima e l’abbandono sul rupe scoscesa, (per vivere più vecchio e più solo fra le due figlie maggiori, le quali, come Venere erano invidiose di Psiche  ed acerrime nemiche di essa.

Ma la sorte della fanciulla non fu acerba, perché le tremò bensì il cuore sul dirupo solitario in attesa del Mostro che doveva fare scempio di lei, ma passo tranquillo il giorno, seguì la sera e la notte vennero le stelle a sorriderle; e mentre le stanche ciglia già le oscuravano le pupille,  Zefiro, mandato da Amore, la rapì in un turbine, e la posò in un palazzo incantato, ricco d’ogni agiatezza e circondato da olezzanti giardini. La Psiche si addormentò e nelle tenebre fu avvicinata dal Mostro, il quale non la divorò, ma nell’ombra le morse il cuore in modo così dolce che essa sperò non tornasse l’alba. L’Ignoto tornava ogni sera e si dileguava il mattino, e la notte per Psiche era una festa, perché quegli che era il suo amato, era ardente nell’ombra, soave nelle tenebre, giocondo nell’oscurità. All’ apparire delle prime stelle pareva a Psiche si facesse giorno; e con l’aurora sentiva scendere il sonno sulle pupille umide, serene e stanche, mentre l’Ignoto scompariva con la prima luce. Ma la luce le restava in cuore poiché nel sonno mattutino sentiva ancora i baci e udiva la voce armoniosa di chi la colmava di carezze. Così ogni notte visse felice nel castello del sogno; visse soletta, e tutta la gioia fu per lei sola, scordando il padre vecchio, le sorelle astiose ed il suo regale lignaggio. Ma le sorelle non dimenticarono Psiche bella. I cuori delle due donne erano amari per il sospetto che essa fosse felice, ed il dubbio di questa felicità avvelenava le loro vene. Andarono sulla roccia erta e non videro biancheggiar ossa umane, ma giardini ubertosi ed i tetti d’oro di un marmoreo palazzo. Chiamarono la sorella a gran voce e questa rispose accorrendo ilare e gioconda.

Le due triste le sorrisero colle labbra ingannevoli mentre una furia gelosa loro torceva i cuori; sorridendo sempre udirono il bene a lei concesso, i baci, l’ardore e la soavità dell’ignoto; e sorridendo consigliarono la sorellina a guardare in viso la creatura misteriosa, a sorprendere cioè l’amante nel sonno, a scoprirne  lo aspetto, per vedere, per sapere, per riconoscerlo ed inseguirlo se, per volubilità di cuore, un giorno dovesse fuggirsene. Psiche ascoltò, e fu persuasa, senza vedere il veleno celato sotto il miele; intese il consiglio e non vide l’inganno. Partirono le sorelle rasserenate dalla loro perfidia, e tornò la giovanetta nel suo palazzo dorato. Ma in tutto quel giorno sentì ardente la curiosità prenderle il cuore. E’ venuta la notte, arrivato l’Ignoto, Psiche lo pregò, lo supplicò di svelarsi al lei in piena luce. Ma egli la consigliò di non dar retta alle sue sorelle tentatrici di desideri illeciti (cioè materiali) e le ordinò di lasciare nello scuro ciò che doveva restare nell’oscurità. Psiche parve accettare confidente la condizione postale dal notturno amante di non guardarlo mai in viso ( cioè di rifuggire dalla sola attrattiva dei sensi) consentendo di essere avvicinata soltanto nell’oscurità, (cioè di rispettare le frontiere dell’invisibile).

Ma la curiosità è femmina, e di Psiche le pupille chiare brillavano curiose di scorgere nelle tenebre l’ignoto, ed i suoi seni rotondi e saldi fremevano per l’ansia di soddisfare il suo veemente desiderio. Così dispose una lampada ed un pugnale nell’alcova del talamo, ed in una notte susseguente, quando l’amato, sazio di gioia concessa e di baci ricevuti s’addormentò sereno fra le braccia care, Psiche silenziosa e leggera sciolse la ghirlanda rosea delle sue braccia e sorse furtiva e trepida ascoltando il respiro dell’amato dormente; tirò fuori la lampada, l’accese, ed in punta di piedi, leggera come silfide s’avvicinò al letto.
Allora vide sulla coltre di porpora (il rosso alchimico) il viso pallido dell’ignoto, comprese che egli era il Dio Amore (cioè qual era la fiamma del disìo che le mordeva il cuore) e lo ammirò senza velo (cioè riuscì ad alzare un lembo di quel velo che nella iniziazione deve sempre stare abbassato). Gli occhi di lei risero nel piacere e brillarono più curiosi ancora. Aveva voluto sapere chi fosse il Mostro che mordeva si dolcemente il cuore, e quel Mostro era Amore; avevano voluto vedere la bocca ardente nell’ombra e quella bocca era una fiamma che dà luce e dolore; seppero allora e videro allora Amore, ma non lo conobbero. Per meglio osservarlo avvicina la lampada al volto di lui, né si sazia di guardarlo con piacere infinito (cioè si attacca al piacere del senso, cosa questa che già fece Apuleio prima di essere trasformato in Asino, e prima di lui aveva fatto Eva innanzi di mangiare il pomo fatale). Alla fanciulla tutta via tremò il cuore con un palpito così impetuoso, che la lampada vacillò nella mano languida, e presso la fiamma oscillante una goccia d’olio bollente traboccò dal vaso sulla spalla del Dio producendo una larga scottatura (cioè mentre l’anima si abbandona alla voluttà della concupiscenza, questa si infiamma ognora più, ed invece di diventare un Mago si diventa un …..matto). Il Dio  si destò di sbalzo, e leggero aprì le ali frementi, guardò Psiche negli occhi con uno sguardo di castigo e librandosi nell’azzurro della notte stellata partì per non tornare più (ecco la punizione). Il mostro, il Dio Ignoto era l’Amore, e Psiche fanciulla lo seppe quando lo perdé.

Sparì il palazzo d’oro, sparirono i giardini profumati, e svanirono i sogni; la  rupe tornò un deserto; solo presente ed implacabile  il Dolore, lontano e fuggiasco l’Amore non più ignoto ma inafferrabile.

Ecco la realtà! Amore per la violazione del patto tolse a Psiche la ricchezza, qui simbolo di innocenza  e volontà.

(A cura di Eiael)

 

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